Il Salento nascosto, tra itinerari insoliti e leggende

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Non serve andare indietro di chissà quanti anni per scoprire che il Salento, in passato, era una terra quasi inesplorata a livello turistico. I quarantenni di oggi possono testimoniare quante estati si trascorrevano al mare, senza traffico, lo stesso punto di costa dove fare il bagno, un numero ristretto di bagnanti che si conoscevano tutti, e quei pochi turisti che lo popolavano erano magari figli di immigrati all’estero, che avevano una casa e venivano a trascorrere le vacanze sempre nello stesso luogo.

Sono arrivati prima i tedeschi quest’anno“, si sentivano asserire le nonne, intente a sgranare i piselli in larghi scolapasta, o a tranciare di netto le estremità dei fagiolini per il pranzo.
Li si guardava quasi con timore e al tempo stesso con ammirazione, era gente “straniera” che godeva della nostra stessa terra, provocando anche un senso di soddisfazione, di compiacimento.

Il vero boom del Salento lo ha trasformato in una meta d’elite, in una terra gettonata da famiglie, ma anche da tanti gruppi di giovani, da stranieri che lo hanno amato a prima vista grazie ai vari film a cui ha fatto da sfondo, e ovviamente come tutte le località turistiche si è ritrovato a dover essere quasi etichettato, suddiviso in una sorta di classifica di luoghi, bellissimi, certo, ma anche ormai inflazionati, se ci passate il termine.

Eppure il Salento ha così tanti luoghi nascosti, non per questo meno belli, o meno invitanti o meno accattivanti per paesaggi, bellezze, tradizioni, che anche per chi ci vive ogni giorno sarebbe bello cominciare ad addentrarsi in questi posti o anche solo sapere che son lì, sordi al trascorrere del tempo, ad aspettare che qualcuno li scopra, li valuti o li rivaluti, dando un senso a tutto.
Vediamo assieme quali sono queste sentinelle silenziose e nascoste.

Monteruga, il paese fantasma

Una veduta dall'alto di Monteruga (fonte foto youtube)

Una veduta dall’alto di Monteruga
(fonte foto youtube)

Monteruga ha una posizione speciale, vicinissima allo Ionio, sulla strada che congiunge San Pancrazio Salentino a Torre Lapillo, ed è un borgo ormai abbandonato e disabitato dai primi anni Ottanta, una frazione di Veglie ancora oggi segnalata sulle indicazioni stradali.

Un tempo acquisito e acquistato dalla Società elettrica per bonifiche e irrigazioni (la SEBI), è stato un borgo fiorente in epoca fascista, un luogo in cui la vita scorreva tranquilla, gli abitanti erano uomini e donne operose che si dividevano tra l’attività vitivinicola, la manifattura tabacchi e il frantoio. O
ggi, accostarsi a Monteruga non è poi così facile, avvolto com’è dal degrado e dall’incuria del tempo, ma se si riesce a raggiungerlo e a vincere il timore che infonde un luogo dimenticato da Dio, si scopre un mondo davvero interessante.

Il primo consiglio da dare a chi voglia avventurarsi in questo posto è di dotarsi di pantaloni lunghi e scarpe chiuse, per poter avanzare tra le sterpaglie senza pungersi troppo. Un cancello fatiscente è messo a mo’ di protezione, ma non ci vuol nulla ad aprirlo, facendo attenzione alla ruggine.

Ci si ritrova catapultati in una piazza, ricoperta da erbacce in cui si staglia alto e imponente il frontale di una chiesa, un rosone centrale divorato dal tempo e dalle intemperie. L’interno della chiesa è malmesso, i banchi che chissà quanta gente hanno visto sfilare con gli abiti di gran fattura, quelli della festa, sono ricoperti da uno strato spesso di polvere mista a terra e fogliame, assieme ai calcinacci precipitati dal soffitto.

L’altare bianco e silenzioso, in posizione centrale, senza alcun paramento sacro o fiori ad adornarlo, la dice lunga sullo stato di disinteresse e sulla trasandatezza in cui versa l’intero borgo.
Eppure, un tempo, Monteruga pullulava di vita, sbocciavano amori, si scorazzava con vespe e lambrette, si produceva vino, olio. Una vita semplice, tranquilla, ma vera, come vera rimane la realtà di un paese che avrebbe tanto da dire e da offrire se solo venisse dato il giusto peso e lustro, senza speculazioni edilizie.

Se siete nei paraggi, andate a testare con i vostri occhi, immergetevi nel silenzio di quei luoghi che riecheggiano di umiltà, lavoro, sudore e della bellezza delle cose semplici.

Guagnano, l’eremo di Vincent

Eremo di Vincent, dettaglio

Eremo di Vincent, dettaglio

C’è un luogo, in Salento, nascosto nelle campagne di Guagnano.
C’è un luogo silenzioso, fatto di serenità e spoglio da fretta, da corse, in cui ritrovare se stessi. C’è un luogo che si erge e si staglia con forza verso l’alto, voluto dal suo proprietario, Vincent Brunetti.

Parliamo dell’eremo di Vincent, di proprietà di un artista noto come la Libellula del Sud, un uomo eclettico ed esplosivo che, dopo una parentesi piuttosto consistente trascorsa nel nord Italia, ha deciso di rientrare e vivere la sua terra, dando origine a un’opera maestosa quale è la sua casa.
Unico punto fermo del suo progetto, la lontananza dai rumori, dal caos cittadino, dagli affanni e dallo stress.

L’eremo di Vincent si raggiunge con un apposito percorso cicloturistico, ben segnalato in prossimità del passaggio al livello del paese e da tempo è divenuto un punto di culto per gli intenditori d’arte, ma anche solo per i semplici appassionati, o per chi ama scoprire e avventurarsi in luoghi differenti, non convenzionali.

Attorno all’eremo, costruito in toto con materiale di recupero, aleggia un’atmosfera suggestiva, tra piastrelle coloratissime, busti di personaggi storici, mosaici, ma anche peluches e ninnoli insoliti. Vincent lo ha concepito come un luogo di catarsi collettiva, ma anche con un luogo in cui tutti possono esprimersi in piena libertà, senza formalità e convenzioni che ingessino.
Da visitare se vi va di vedere qualcosa di veramente eccentrico e di fare due chiacchiere con un personaggio amabile, divertente e fantasioso.

Il Salento delle leggende

Le coste di Leuca

Il mare che si infrange sugli scogli delle coste di Leuca (fonte foto ilmeteo.it)

Il mare che si infrange sugli scogli delle coste di Leuca (fonte foto ilmeteo.it)

Sappiamo che vi starete chiedendo cosa potrebbe avere di nascosto una città come Santa Maria di Leuca, di cui tutti parlano, che tutti incanta, oltre al suo rinomato santuario, al suo faro, alle ville ottocentesche che colorano a tratti le sue coste con tinte vivaci e architetture differenti.

C’è una Leuca meno conosciuta che si cela dietro al carico di suggestione che aleggia attorno alle leggende, ed è quella che interessa un tratto di costa, quella degli scogli definiti “dannati”.
Tutto prende vita e forma dal mito di Medea, figlia di Eete, re della Colchide (antico stato Georgiano n.d.r.), donna avvenente e dotata di poteri quasi divini. Medea incontra Giasone, suo futuro sposo, quando questi giunge in Colchide assieme ai suoi compagni, gli Argonauti, alla ricerca del Vello d’Oro, una pelle magica con il dono di sanare tutte le ferite, aiutandolo a raggiungere l’obiettivo facendo ricorso alle sue arti magiche. Sarà un amore intenso, ma tragico e tormentato.

Quando il re della città di Corinto, decide di dare in sposa a Giasone la bellissima Glauce, prospettando un allettante successione al trono per l’uomo, Giasone accetta, lasciando Medea nella più totale disperazione. Sarà questa stessa disperazione ad animare la sua mano e a far covare rancori e vendette tali da portarla a fuggire su una nave trascinando con sè i figli, in modo da non lasciare al marito alcuna discendenza.

Si narra allora che proprio nei pressi della costa di Santa Maria di Leuca, vicino a Punta Ristola, Medea trucidò i figli, gettandone poi i resti in mare, resti che divennero scogli affioranti a contatto con l’acqua salmastra.
I pescatori del luogo raccontano spesso di come queste rocce affioranti, soprattutto nelle notti tempestose in cui il vento è forte e intenso, riecheggino di gemiti e urla strazianti e di come si possano scorgere e discernere, se si ha l’ardire e l’audacia di guardare, ombre misteriose contorcersi e agitarsi.

Le specchie salentine

Una specchia salentina di piccole dimensioni (fonte foto Wikipedia)

Una specchia salentina di piccole dimensioni
(fonte foto Wikipedia)

Se girando per il Salento, avete voglia di vedere qualcosa di davvero interessante e storico, ma anche intriso di credenze e leggende popolari, allora non potete perdervi le cosiddette specchie, costruzioni realizzate a secco con un sistema di  stratificazione di pietre calcaree, senza datazione precisa (manufatti che hanno dato il nome a uno tra i paesi più caratteristi del Salento, che si chiama, appunto, Specchia).

Presenti nelle aeree di Martano, Ugento, Presicce, Cavallino, Taurisano, ma anche nella Valle d’Itria sino a tutta la Murgia, le specchie variano per forma e dimensione, ma in base alle tipologie si pensa che potessero essere utili principalmente ai fini dell’avvistamento di eventuali nemici (soprattutto per le specchie che si sviluppano in verticale, a mo’ di torrette di guardia), ma alcuni ritrovamenti hanno dimostrato di come fossero sfruttate anche come tombe, complete di arredi e complementi funebri.

Tra tutte le varie specchie presenti sul territorio salentino, ce n’è una in particolare, situata sulla provinciale che congiunge Caprarica a Martano, attorno a cui aleggiano più di  una leggenda, che alimenta la curiosità di passanti e gente del luogo che ancora oggi guardano alla specchia con mistero e fascino, ed è quella denominata Specchia dei Mori.

Secondo alcuni vecchi racconti il cumulo di pietre celerebbe un tesoro inestimabile, rappresentato da una gallina e dai suoi dodici pulcini in oro zecchino, ma guai a provare a raggiungerli e ad appropriarsene, poiché il tesoro è custodito da Satana.

Un’altra leggenda ancora racconta, invece, di come questa parte di terra fosse popolata da alcuni giganti  e di come questi abbiano deciso un giorno di erigere una specchia altissima, con l’intento di raggiungere il cielo, senza pensare alle terribili conseguenze. Il gesto, percepito come una sfida, suscitò le ire degli dei che per punizione fecero crollare ogni singola pietra, finendo col seppellire vivi i giganti che stavano lavorando alla sua costruzione. Pare che ancora oggi, se si tende l’orecchio, si possano avvertire i mormorii misti a lamenti e ai gemiti dei giganti.

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