La storia inchiodata ai muri: i murales di Santa Maria al Bagno

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Il più grande murales realizzato da Zivi (fonte foto http://ifg.uniurb.it/)

Il più grande murales realizzato da Zivi
(fonte foto http://ifg.uniurb.it/)

Olocausto, una suono pronunciato piano, a voce sommessa, una “o” aperta, la “l” quasi sforzata per il battito della lingua sui denti, la “c” acre e lo “sto” finale di rassegnazione.
Un genocidio che ancora oggi suscita orrore, pietà, paura al pensiero di cosa sia capace di fare l’odio umano che si accumula sino ad esplodere in varianti assurde, uno sterminio di massa che non può e non deve essere dimenticato.

Il Salento ha giocato una sua parte nell’atto dell’accoglienza degli ebrei, ha abbracciato e costruito un pezzo di storia consistente, seppur il territorio negli anni tristi della guerra sia stato toccato quasi di striscio dalle barbarie che ne derivarono. Si stava piuttosto tranquilli, la vita scorreva placida, anche quando arrivarono, a occhi bassi, i primi ebrei scampati al pericolo.

Santa Maria al Bagno è una marina di Nardò, circondata dal mare, un borgo di pescatori che affaccia sullo Ionio, quotidianità fatta di pesca, disquisizioni sulla terra, sul tempo clemente o ostile, il vento che imperversa e sferza a tratti insistente e fastidioso, insinuandosi tra le coste rocciose che la avvolgono, problemi sul cibo quotidiano. Nulla di più, sino a quei giorni.
Le autorità militari inglesi alla fine della seconda guerra mondiale indicarono Santa Maria al Bagno (che faceva parte di una lista di altri siti salentini da tenere in considerazione) con la dicitura Displaced Persons Camp numero 34, un luogo fatto di semplici costruzioni e gente tranquilla in cui inviare i profughi ebrei, nell’ultimo lembo di terra che componeva l’Italia. La gente del luogo veniva da una convivenza coatta con gli slavi, che erano stati coinquilini malvisti, turbolenti, si erano impossessati delle case e le avevo deturpate, trattandole con incuria. Ma con gli ebrei fu diverso, da subito.
I salentini vedevano queste orde di persone scendere dai camion, in modo composto e con un terrore insano negli occhi, che trasudavano al tempo stesso un dignità insolita e malinconica.
Erano persone che provenivano da ogni parte d’Europa e la gente del posto non aveva ancora idea dello scenario apocalittico da cui erano riusciti a scappare, incolumi nel corpo, ma minati per sempre nello spirito. Quello che i profughi avevano dovuto sopportare, patire, i salentini lo seppero solo una volta che approfondirono la conoscenza, nei mesi a venire, un sodalizio che si consolidò grazie al cibo. I profughi, infatti, venivano sfamati alla mensa gestita dall’UNRRA (Amministrazione delle Nazioni Unite per l’assistenza e la riabilitazione), avevano a disposizione alimenti come la cioccolata, pane caldo, carne, cibo insolito per il salentini, che avevano conosciuto la fame nel periodo della guerra.

Gli ebrei sin da subito cominciarono a barattare gli alimenti, scambiando del pane con il pesce che abbondava a Santa Maria al Bagno, sino a regalarlo semplicemente, come gesto di riconoscimento di grande stima per quel popolo che li accoglieva così benevolo e accomodante.

Col passare del tempo la situazione economica della cittadina migliorò notevolmente, grazie sia al lavoro dei locali che dei rifugiati, che diedero vita ad attività economiche basate sul commercio del pesce, ma anche a negozi di vestiario, a tabacchi clandestini, i bambini ripresero le briglie della loro vita in mano ricominciando la scuola, rimpossessandosi della felicità di cui erano stati privati.

Il dato più rilevante che testimoniò il rifiorire della vita dei profughi fu il grande numero di matrimoni che vennero contratti nel campo numero 34 nel giro di nemmeno due anni. Si parla, infatti, di oltre 400 matrimoni, che furono celebrati con gioia e sicurezza nel corso del tempo. Uno di questi fu quello che unì Giorgia My a Zivi Miller, due persone che si innamorarono in riva al mare di Santa Maria al Bagno, e che ci consentono, oggi, di avere una testimonianza del periodo solida e preziosa.

Il secondo murales di Zivi (fonte foto http://ifg.uniurb.it/)

Il secondo murales di Zivi
(fonte foto http://ifg.uniurb.it/)

Zivi Miller era un rifugiato taciturno, schivo, che aveva avviato una lavanderia, avvalendosi della collaborazione della sua vicina di casa, Giorgia My, che lo aiutava sgravandolo del carico di lavoro che aveva accumulato nel corso dei mesi.
La donna fu l’unica ad aprire un varco nel cuore dell’uomo, che le raccontò le atrocità che aveva dovuto sopportare, la più grande  gli aveva strappato figlio e moglie dalle braccia per portarli incontro alla morte. Giulia e Zivi si innamorarono, si sposarono al comune di Nardò, lei non si curò dell’indignazione del padre quando gli annunciò che per quell’uomo si sarebbe convertita all’ebraismo, decidendo di seguirlo per ricominciare una nuova vita nella Terra promessa.

Zivi era un pittore. Un mestiere che gli aveva consentito di racimolare un gruzzolo che consentiva a lui e alla sua famiglia di vivere degnamente, prima di venire strappati alla vita di ogni giorno e di finire nei campi di concentramento. L’uomo dava forma ai pensieri con un pennello e un po’ di colore, cosa che fece anche durante la permanenza a Santa Maria al Bagno, lasciando delle testimonianze sui muri di un vecchio casale  che oggi suonano come un monito, come un avviso e un invito a non dimenticare.

Durante gli anni che visse a Santa Maria al Bagno il pittore scoprì una casupola abbandonata nei campi incolti che costeggiavano la cittadina, e lì si rifugiò dando vita a dei murales in cui scelse di immortalare il futuro.

La casupola che custodisce i murales di Zivi Miller

La casupola che custodisce i murales di Zivi Miller

Nessun terrore, nessuna delle atrocità che Zivi vide e sopportò nei campi di concentramento sono finite su quei muri e su quei disegni. C’è, piuttosto, l’impellenza di guardare avanti e il sogno più grande a cui ambire, in quel momento, era semplicemente la Terra Santa, la necessità viva e vera di avere una meta, una terra propria, un sogno che accumunava tutti i rifugiati.

Impresse sui muri ci sono immagini di filo spinato, stuoli di persone che camminano speranzose verso il centro di Santa Maria, la terra promessa simboleggiata sempre da una stella di David inscritta in un sole, una porta d’accesso su una nuova vita.

Oggi quella vecchia casetta, in cui Zivi dava forma a pensieri e sogni grazie a pennelli e pochi colori, è un importante simbolo storico, un museo della memoria che combatte contro i segni del tempo che ne minano l’integrità. La vegetazione fittissima la ricopre in modo insolente, gli accessi sono stati murati per evitare incursioni vandaliche, ma l’aria salmastra e gli agenti atmosferici continuano a rappresentare un pericolo per i murales all’interno. Un luogo importante per insegnare anche ai più piccoli come la storia debba servire per migliorare, crescere, mai reiterare, senza mai dimenticare quello che siamo stati.

Sul lungomare Lamarmora di Santa Maria al Bagno è possibile visitare il Museo della memoria e dell’accoglienza, aperto dal giovedì alla domenica dalle 19.30 alle 22.

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