Pietra Leccese e Carparo, le pietre dell’architettura salentina

Condividi:Share on Facebook182Share on Google+0Tweet about this on TwitterPin on Pinterest0Email this to someone

CC BY-SA 3.0 di Lupiae

CC BY-SA 3.0 di Lupiae


Sequi questi link se vuoi andare direttamente alla sezione Pietra Leccese o Carparo.

Il Salento, questa penisola pianeggiante quasi distesa sul mare, è costituito da una tale diversità costiera da dare vita a paesaggi differenti, mai uguali, man mano che si procede, tanto a sud quanto a nord.

Tutte le meraviglie che danno forma a paesaggi insoliti e unici poggiano su formazioni rocciose plioceniche e pleistoceniche, note per il fatto di formare anche la rinomata pietra leccese, che degradano in alcuni tratti dando origine a anfratti e calette suggestive, in cui i fondali divengono bassi e sabbiosi, oppure si stagliano alte sino a creare pareti a strapiombo sul mare.
Questa premessa per far notare come anche le costruzioni e le pietre, gli ammattonati utilizzati per dar vita a fortificazioni nel territorio, ma anche tutt’ora semplici abitazioni private, sono un prosieguo dei propri elementi costitutivi.

Da qui l’idea di portarvi alla scoperta del mondo affascinante che si cela nell’architettura salentina, nelle sue forme, nei materiali che si fondono in modo magistrale con i paesaggi, con il secco dei campi che corrono lungo le strade che percorriamo e con il blu del mare, che da sempre incornicia ogni tratto, racchiudendo storie e leggende.

La pietra leccese

CC BY-SA 3.0

Particolare della facciata della Basilica di Santa Croce CC BY-SA 3.0

Ricchezza, bellezza, solidità, tre attributi che definiscono al meglio un materiale che ha fatto, e continua a fare, la storia di un luogo.
Passeggiate per Lecce e vi renderete conto che la luce surreale, intensa, violenta talvolta, che vi investe in ogni angolo della città è per la maggior parte dovuta alla rifrazione su pavimentazione o monumenti che costellano e decorano in modo unico questa parte di Salento.
La pietra leccese, di formazione calcarea risalente al Miocenico, ossia niente poco di meno che a 21 milioni di anni fa, è una delle principali pietre che costituiscono l’architettura salentina, con una struttura, colore e compattezza uniche.
Tra le particolarità di questa pietra c’è senza dubbio il contenere, nella formazione stessa, frammenti di conchiglie, piccoli fossili che arricchiscono geologicamente la struttura,  ma anche argille, quarzi che si aggiungono a una serie di minerali che la fortificano e la rendono ancora più affascinante.

Ecco, quindi, i materiale alla base di ogni meraviglia architettonica che impreziosisce il Salento, una pietra fortemente utilizzata in campo architettonico e artistico soprattutto per via della sua ampia diffusione e per la facilità con cui può essere lavorata. Non a caso è tra le preferite, solo perchè sarebbe troppo azzardata definirla “la preferita” in assoluto, tra gli artigiani e mastri salentini.

Le cave di Pietra Leccese

(foto Stefanogarrisi.it)

Una cava di Pietra Leccese (fonte foto Stefanogarrisi.it)

La pietra leccese affiora dal terreno in modo naturale e viene rinvenuta in tutto il territorio salentino, in immense cave profonde anche cinquanta metri.
Tra i comuni in cui è più diffusa spiccano Melpignano, Cursi, Maglie e Corigliano d’Otranto,  in cui poter rinvenire pietre delle principali colorazioni che vanno dal bianco al giallo paglierino. Molte di queste cave si sono esaurite col passare del tempo e sono state dunque abbandonate, mentre molte altre ancora sono ancora in piena attività.

Ma cosa rende le varie pietre estratte differenti per colore e porosità? Senza dubbio conta moltissimo la presenza di minerali argillosi all’interno del composto, come la smectite e la clorite, che in base alla percentuale in cui sono più o meno radicati danno origine a variazioni notevoli all’interno di una stessa cava.

La bellezza della pietra leccese risiede anche nel fatto che consente di essere estratta anche in modo piuttosto agevole, vista la facilità con cui si lascia incidere, grazie alla malleabilità dovuta alle componenti argillose.

L’estrazione sino alla metà del XX secolo avveniva totalmente a mano, sino a mutare completamente negli ultimi sessant’anni, con l’introduzione di moderni macchinari che hanno consentito di accelerare le procedure di estrazione, con un conseguente dimezzamento di costi e tempi.

Un aspetto affascinante di queste cave, sta nel fatto che un tempo venivano scelte soprattutto grazie all’esperienza dei cosiddetti “cavamonti“, anziani estrattori con esperienza che individuavano le aree più idonee e ricche,  da cui si partiva con uno sfoltimento o totale eliminazione della vegetazione affiorante. Un tempo queste aree venivano poi vendute a chi possedeva terreni considerati poveri (ossia tutti quei terreni che presentavano molte rocce affioranti, considerate di ostacolo alla coltivazione), in modo da dare loro una fonte di reddito aggiuntiva.

Blocchi di pietra leccese
Fatto questo si poteva cominciare con il preparare la cava all’estrazione, eliminando il “cappellaccio”, ossia lo strato superficiale delle masse rocciose, che non veniva utilizzato, con delle cariche di polvere da sparo.
In seguito, l’introduzione delle macchine nell’estrazione ha fatto sì che i piani di scavo siano caratterizzati da livellamenti e incisioni che tagliano la pietra in blocchi, che vengono poi trasportati altrove per essere poi lavorati.

Un dettaglio molto importante per descrivere al meglio il processo che interessa la pietra, è quello che risiede nella sua resistenza e durezza, che crescono con il passare del tempo sino a conferire al materiale un colore piuttosto ambrato una volta indurito.

La pietra leccese e il suo utilizzo continuano, nel tempo, a essere dei baluardi indistruttibili della cultura salentina e della architettura stessa, che si fregia di personaggi come gli architetti Giuseppe Zimbalo e Giuseppe Cino, tra i massimi fautori delle opere barocche presenti sul territorio, risalenti al Seicento.

Una fioritura che avvenne a partire dal 1571, una volta scongiurata totalmente la minaccia delle incursioni turche con la battaglia di Lepanto. La fioritura di opere e monumenti barocchi si diffuse in modo rapido esplodendo nella seconda metà del XVII secolo, favorita dal periodo storico ma anche e soprattutto dalle caratteristiche della pietra locale, la pietra leccese appunto, facilmente malleabile e lavorabile con scalpelli e martelli sino a dare origine a forme e figure splendide.

Un propagarsi che coinvolse inizialmente anche per volere delle autorità religiose, strutture, edifici e monumenti sacri della città, sino però a propagarsi con grandissimi risultati anche nelle corti delle abitazioni private, nei fregi e negli stemmi esagerati dei balconi. Il risultato è quello che si può ammirare ancora oggi a Lecce, ma anche in tanti altri centri della penisola salentina.

Il carparo, o Tufo Leccese

(fonte foto angelegiorgio.com)

Caratteristica della Pietra Carparo (fonte foto angelegiorgio.com)

C’è un litotipo che spesso, per azzardo indicibile, viene associato, se non proprio addirittura confuso, con la pietra lecce. Parliamo del carparo, pietra calcarenitica molto diffusa nelle zone del sud Salento soprattutto, e derivante dalla cementazione di sedimenti di roccia calcarea in ambiente marino per lo più.

Gergalmente detta “tufo“, la pietra  ha la capacità di assumere diversi aspetti all’esterno, che si tramutano in una differente percezione al tatto e ovviamente alla vista stessa, in base alla dimensione della grana che la caratterizza, alla quantità di calcite, il legante naturale che la costituisce, e la porosità finale.

Un materiale molto utilizzato nell’edilizia salentina, il carparo, dalla consistenza tenace e lavorabile solo con scalpello e ascia, tanto da essere molto ricercata soprattutto per la lavorazione di oggettistica.

La sua resistenza, comunque, la rende un rivestimento perfetto soprattutto delle facciate esterne degli edifici, maggiormente per quelli esposti a intemperie e all’azione corrosiva della salsedine, se di fronte al mare. Una volta rivestiti con questa particolare pietra, dalla colorazione ambrata e la consistenza granulosa, sarà possibile anche non intonacare, lasciando a vista il tutto con un conseguente effetto scenografico.

Una qualità, questa, che rende il carparo ancora più prezioso quando, proprio per effetto dei venti e dell’umidità, tende a ricoprirsi di licheni ed efflorescenze che col passare del tempo tendono a far virare il colore originale, caldo, verso tonalità grigiastre che danno agli edifici un aspetto anticato unico. Un noto esempio di architettura salentina che si è avvalsa del carparo come rivestimento è la chiesa madre di Alessano, edificata nel Settecento in sostituzione dell’antica cattedrale romanica costruita tra il 1150 e il 1200.

(fonte foto terrarussa.it)

Chiesa Madre di Alessano (fonte foto terrarussa.it)

Le cave di Carparo

(fonte foto Massimo Negro)

(fonte foto Massimo Negro)

Il carparo con caratteristiche più pregiate viene estratto principalmente nelle cave Mater Gratiae, situate  tra Alezio e Gallipoli, ma anche in quelle ugentine, che offrono la possibilità di estrarre complessi ddi qualità, destinati all’architettura ma anche alla lavorazione artigianale da parte di artisti locali.

(fonte foto Pasquale Chetta)

Balaustra in Carparo (fonte foto Pasquale Chetta)

Proprio per la sua immensa varietà di struttura, dovuta appunto alla granulometrie e alle diverse concentrazioni cromatiche, il carparo ha la bellezza di non essere mai omogeneo e molto assorbente al tempo stesso, con risultati unici di volta in volta.

Tuttavia, cerca di emulare risultati e decori della pietra leccese, con effetti finali molto diversi. Colpa della sua grana, che così grossolana spesso non offre la possibilità di una lavorazione minuziosa del dettaglio, bensì più rustica e d’insieme.

Le liame

Liame salentineIn tutto ciò il carparo in passato veniva utilizzato soprattutto per la costruzione: considerando il suo alto grado di modellabilità, venne utilizzato soprattutto per costruzioni che ancora oggi rendono giustizia e testimonianza di un’arte edificatoria che col tempo è andata man mano scemando. Parliamo delle liame, costruzioni diffuse nelle campagne salentine alla stessa stregua di trulli, furneddhri e pajare, dalle caratteristiche volte a botte, nate principalmente come piccoli ricoveri e ripari dalle intemperie per i contadini dediti alla coltivazione nei campi.

Luoghi modesti, semplici, ma realizzati con una maestrìa ormai quasi estinta, con piante rettangolari o quadrangolari, volte a botte, e muri di pietre di risulta (muretti a secco). Le volte venivano poi rivestite con carparo e pietre tufacee, le stesse a cui oggi nei restauri di queste antiche strutture viene dato lustro con la finalità di adibire il tutto a seconde accoglienti e deliziose case di campagna.

L’antica tradizione di costruire le volte leccesi, alte, maestose e soprattutto, resistenti, viene proprio da qui, da questi primi passi nell’architettura, sino al risultato delle volte leccesi. Volte a botte e volte a spigolo, conosciute dai più con il nome di volte a stella, ancora di datazione incerta, nonostante si pensi che collocarle tra il barocco possa rendere effettiva giustizia.

Condividi:Share on Facebook182Share on Google+0Tweet about this on TwitterPin on Pinterest0Email this to someone

Rispondi